Umberto Mònterin

Gressoney La Trinitè (AO), 1887 - Gressoney La Trinitè (AO), 1940



di Susanna Del Colle


Ricordato tra i fondatori della glaciologia e della climatologia storica, nel 1934 Mònterin guidò un’importante spedizione sahariana, penetrando per la prima volta la regione di Tuzurgù, nel Tibesti nord-orientale. Appartenente ad una famiglia di lingua Walser insediatasi nel Settecento alle pendici del Monte Rosa, studiò a Torino laureandosi in Scienze Naturali nel 1912. Il glaciologo valdostano mantenne fino alla morte l’incarico di direttore degli Osservatori del Monte Rosa.     
Così scrive il professor Mònterin nella relazione delle ricerche compiute dalla Missione della Reale Società Geografica ltaliana nel Sahara Libico e nel Tibesti (Febbraio-Aprile 1934):

Per quanto le esplorazioni di quest'ultimo decennio, e soprattutto quelle susseguitesi dopo l’occupazione delle oasi di Cufra, abbiamo notevolmente ampliate le conoscenze sul Sahara Orientale, ciò nondimeno le notizie che si avevano di parecchie regioni, non solo del versante settentrionale del Tibesti, ma anche del retroterra cirenaico di nostra spettanza, risultavano tuttora scarse e per lo più basate su vaghe informazioni, non essendo mai state percorse da studiosi ed alcune nemmeno dalle nostre Autorità militari.

Onde colmare almeno in parte queste lacune mi sono proposto di compiere, su itinerari dei tutto nuovi, una serie di ricognizioni a carattere prevalentemente geografico, geologico e geografico-fisico.”


Non mancano, quindi, dettagliate descrizioni dal punto di vista della composizione del territorio: “Tanto nel massiccio di Archènu che in quello di Auenàt, beninteso in quelle parti non costituite di arenarie, si hanno vere valli, ampie, per lo più con i fianchi a media pendenza col fondo sovralluvionato di elementi medi e fini nella parte terminale verso lo sbocco per effetto del graduale innalzamento del livello di base. Questo innalzamento indubbiamente è dovuto a sua volta alla mancanza di una vera rete idrografica, la quale, anzichè aperta come normalmente, risulta chiusa a zone d’espandimento interno in rapporto alla insufficienza delle precipitazioni. Le parti superiori verso le testate delle valli principali e dei valloni laterali, dove non è ancora stato raggiunto il profilo d'equilibrio, si presentano incassate col fondo a roccia nuda e levigata dall'erosione torrentizia. Tali caratteristiche si osservano sopratutto nella valle principale di Archenu, nella Carcur lbrahim ed affluenti, e nella valle meridionale che fa capo alla Cima Mussolini nel massiccio di Auenàt.”


Il glaciologo valdostano, inoltre, annota nel suo diario che raggiunse la cima Mussolini, riscontrando non poche difficoltà: “Questo (massiccio) sembra come un’isola sommersa in un gran mare di sabbia. Ciò si osserva particolarmente nella regione sud-occidentale le cui catene granitiche sono tutte fratturate in enormi monoliti che, sotto l’azione della desquamazione sferoidale, sono ridotti in altrettanti mammelloni di parecchie decine di metri cubi ed accatastati gli uni sugli altri così da rendere difficilissimo, se non impossibile, il procedere e che impongono con le loro dimensioni una ginnastica continua e sfibrante a chi voglia percorrerle, per poi vedersi il più delle volte, sul più bello, inesorabilmente sbarrato il cammino. La parte orientale invece, costituita in prevalenza da arenarie nubiane in strati orizzontali, si presenta del tutto differente con belle pareti quasi dolomitiche, alte qualche centinaio di metri con bruschi salti rocciosi, con valloni profondamente incassati e a versanti abrupti. […] Per quanto non sembri la cima più alta si ha nel grande altipiano orientale. Facendo capo alla Carcur Ibrahim, dove ponemmo il nostro campo, noi salimmo invece la vetta più elevata della regione occidentale che allora noi ritenevamo la cima principale dell’intero massiccio, appunto perché per la sua arditezza si presentava la più imponente.


Mònterin non si dilunga in descrizioni dell’ascensione, soffermandosi piuttosto sulle rocce con un linguaggio tecnico, ma ci fornisce comunque un quadro quanto mai veritiero ed efficace delle difficoltà riscontrate durante l’escursione, causate dalla natura del terreno.














Umberto Mònterin al Jebel Uweinat nel 1934 (2° da destra)

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